26.6.16

D'ALTRONDE IL FLOATING PIERS



Un testo d'anteprima della raccolta FLOATING WORDS, in fase di preprazione.

Ho visto delle persone costruire delle città, degli edifici, delle fabbriche.
E tagliare le montagne.
Poi,
un solo giorno,
ho visto delle persone camminare sulle acque.
Non sapevano bene perchè lo facevano.
La maggior parte di loro lo faceva perchè lo facevano tutti.
(Anche costruire case e fabbriche brutte, lo avevano fatto trent’anni fa un po’ perchè lo facevano tutti, molte di quelle stesse persone).
In ordine sparso e a piedi scalzi, vidi quelle persone convertirsi in paesaggio.
E quella gente non aveva mai notato il lago così blu in contrasto con il giallo, nè aveva visto com’era cangiante la sua superficie, appena soffiava il vento, appena una nube copriva il sole, appena un cigno passava giusto a fianco e rompeva la superficie ferma. E nemmeno si era resa conto di come le illusioni di un uomo con tanto lavoro possano convertirsi in realtà, almeno per un po’, e regalare un po’ di bellezza. Perchè si.
E tutta quella gente, migliaia di persone più o meno scalze, erano in quel momento necessarie. Necessarie per il loro esistere effimero. Per rendere noto a qualcheduno che, solo pochi giorni dopo, tutto sarebbe tornato esattamente com’era. La poesia sarebbe finita, il blu solo sarebbe tornato blu, senza riflessi d’oro; e sarebbe stato necessario di nuovo prendere un battello e bruciar gasolio per vedere la terraferma da un’altra prospettiva.
Tutto, sarebbe a breve tornato com’era.
E quel paesaggio, che vedevo in fondo, sarebbe rimasto, ancora, sempre, com’era prima. Per sempre. Una città brutta, delle fabbriche, una montagna tagliata.
E la gente, nelle sue case brutte e grigie, si sarebbe forse ricordata di raccontare ai nipoti, di quella volta che aveva camminato su un lago, perchè lo facevano tutti.
E racconteranno loro che era stato bello, vivere un’opera d’arte, anche se non ci capivano molto loro di arte, o quasi niente. E racconteranno come il lago si tingeva d’oro, e l’oro quel giorno era di tutti. Quello, sono sicuro, lo potranno raccontare.
Poi, metteranno a letto i bambini, che il giorno dopo si deve andare a lavorare in fabbrica, a trasformare pezzi di paesaggio in sacchi di cemento, per costruire le case di una nuova città. Qualche migliaio di case. D'altronde, è quello che fanno tutti.

SP
26-06-2016 

Liberamente ispirato in Floating Piers, opera di Christo in Lago d'Iseo.

14.6.16

Famiglia. L’ESSENZA DALL’ASSENZA

L’ESSENZA DALL’ASSENZA
S.P.  13-06-2016


Debería escribirte de la familía, y no sé porqué, se me ocurrre, hija mía, escribirte en español. Es sin querer. No sé bien el porqué. Sale así. Sobre las notas de PASA EL OTOÑO, de Antonio Vega. Algún motivo habrà. Las cosas ocurren siempre por alguna razón. Aunque, nosotros luego hacemos como si nada. Shhhhh; en realidad, yo sì lo sè el porquè, aunque haga como si nada.

(dovrei scriverti della famiglia, e, non so il perchè, figlia mia, mi viene da scriverti in spagnolo. Senza volerlo. Non so bene perchè. Vien fuori così. Sulle note di PASA EL OTOÑO, de Antonio Vega. Qualche motivo ci sarà. Le cose succedono sempre per qualcosa. Poi, noi cerchiamo di far finta di niente. Shhhhh; in realtà, io lo so il perchè, anche se faccio finta di niente.)



In una sala di teatro, senza sipario.
In una sera di football, senza pallone.
In una notte di lunedì, senza ancora il martedì.
Tutto, sembra parlare di assenze.
Oppure no.

Due attrici, tre attori e un regista: sentono, interpretano, improvvisano, vivono, parlano, incespicano, vibrano, sorridono, sognano, ballano, strisciano; si amano, al contrario.

Le cose si spiegano a volte per negazione.
L’ho capito solo dopo lo spettacolo, mentre tornavo a casa in auto, che idiota!

Come quando la mattina, figlia mia, mi ricordi che non c’è più marmellata da spalmare sul pane. E con ció, io sorrido, e non nascondo il mio orgoglio, perchè evidentemente ti sei accorta che il pane è caldo e profuma, che ho aggiustato proprio ieri la resistenza del tostapane, e che siamo anche riusciti a comprare il frigorifero nuovo con i risparmi del semestre.
E sorrido d’orgoglio perchè, se mi stai dicendo questa cosa, vuole dire che in questa stanza in questo momento ci sei tu, sorella mia, ed io, tuo padre, o tuo fratello, ti sono seduto di fronte. E oggi, faremo colazione assieme. Oggi è domenica. Oggi manca solo la marmellata. Il resto c’e’ tutto.

Le cose si spiegano a volte per negazione. 
Come quando parliamo dell’autunno, del rompersi delle foglie sotto i nostri passi, dell’umidità e le goccie grosse come cascate cadendo dagli alberi,  e noi, già senza ombrello.
E ci riempiamo d’orgoglio, e sorridiamo, perchè sappiamo che l’autunno è semplicemente la conferma dell’estate, della sua ombra, del profumo delle pesche e del riflesso delle scie di San Lorenzo sul tuo viso.

Ti avevo promesso di scriverti della famiglia.
Le cose si spiegano a volte per negazione. E infatti credo di averti parlato di me
Mi avevi chiesto di dirti qualcosa della famiglia, cos’era per me la famiglia.
E non ti ho saputo rispondere. E invece, tanto per cambiare, ho parlato di me, perchè credo di essere  io la cellula fondamentale della mia famiglia, come tu solo lo sarai della tua. In te si edificherà. TU sarai famiglia, e attorno a te altri.

Ora ti lascio, è tardi, tu dormi, io credo che andrò a prepararti  la macchinetta del caffè. Domani ti svegli presto per prendere il treno delle 7.05 a Padova se non sbaglio. Te la lascio preparata, così guadagni cinque minuti. Credo, che valga la pena.

Poi Le lascio un messaggio, sul tavolo:
“il tostapane è a posto; le fette, nella seconda antina in alto a destra, al solito posto. Per oggi non c’e’ la marmellata, porta pazienza. Prendi la nutella, dai, è lo stesso.
Fai la brava. Poi il pomeriggio vai a casa di mamma? Fammi sapere. Ti voglio bene.”

Vale la pena.


(testo liberamento ispirato nella pièce “In famiglia”. Laboratorio di Teatro d’improvvisazione di Lorenzo Bocchese. VICENZA TIME CAFÈ)

7.6.16

Libertà?



Libertá?
SP 06-06-2016


Libertá. Libertà di cosa, scusa?
Tu, mi dai libertà? Tu? A me?

Nacqui. E in quell'istante preciso, in quel secondo infinito, venni condannato alla libertà. E ai suoi plurali. Poi, la persi di vista. Ci confondono, le ombre controluce. Incluso si confonde la libertà di smettere di nascere, qualche mattina. Posso scegliere. E scelgo.

Libertà. Che parola. Una semplice parola.

E l'hanno scritta in ogni luogo, e l'hanno scritta sugli elmi e sulle onde spumose. E l'hanno scritta su bandiere, medaglie, monete, stendardi, scudi e arazzi; e l'hanno scritta sugli specchi con il rossetto, "adieu", la mattina dopo una notte senza catene, senza radici, senza profumo di zenzero in cucina, senza nessuno a rassettare la stanza, senza un libro e una bajour da spegnere finalmente per dormire. Senza Platone, senza dialoghi, senza discepoli e nessun maestro.
Senza nemmeno un'Idea, seppur imperfetta, di quel che può significare: libertà.

E mi dissi, che potevo sentirmi libero.

Ed ora so, che semplicemente sono libero di sbagliare, e non sentirmi sbagliato.
Di scambiare strofa e verso, e tornare a cominciare. Di fare giochi d'ombre senza luci alle spalle, di regalare carezze anche in mancanza di pelle, di far ballare sedie senza occupante, e solcare onde senza sestante.

Libertà. E l'hai scritta ovunque, con accento francese, "un mot", una simple palabra con accento de La Plata, Buenos Aires, Argentina.

Che ti dico io della libertà?
E la libertà, che dirà di me?
Nulla. Credo.
Io a lei. Lei a me.

La conobbi una notte qualsiasi.
Profumava di pane tostato e caffè.
Era al chiaro di luna.
Non mi disse proprio nulla.
Uno sguardo di traverso, una carezza sul collo, 
poi un abbraccio sfiorandomi ogni poro, che respira.
Non le dissi proprio nulla.
Solo, la sentii, 
e nel suo abbraccio 
ogni giorno con la luna, 
mi ritrovo a dormire,
 e ad ogni alba a svegliare, 
fra le pieghe morbide del mio vagire.
La conobbi. 
Non le dissi proprio nulla, e nulla lei disse a me.
In totale libertà 
di non trovar parola alcuna,
per definir
la libertà.

(testo liberamento ispirato nella pièce “Libertá”. Laboratorio di Teatro d’improvvisazione di Lorenzo Bocchese. Con Chiara Branchini, Graziella Adima Campagnolo, Gabriela Rodriguez Cometa, Giovanna Rossi, Daniela Zanolin)
 

5.6.16

Intanto gli altri

(liberamente ispirato dall'immagine perfettamente sfuocata di un quadro di Manuela Veronesi "Verso me stessa", durante una corsa verso un posto di cui continuo a non ricordare il nome. Ma che poi, le definizioni, che importanza hanno? Sempre, possono essere invertiti i protagonisti di ogni scena, e io sei tu, e anche viceversa).


E intanto gli altri   SP 02.06.2016
 

Ti ostini
nel farti ritrarre
nel tuo profilo migliore.
Fissi il tuo sguardo
immancabilmente perso
in un infinito simmetrico,
giusto in asse
con l’universo eccentrico,
e tu,
egocentrica,
ti ostini
nel farti ritrarre
nel tuo profilo migliore.
Eppur sai
e pure te lo dico:
il tuo profilo migliore
si trova nel lato opposto
di ogni quadro,
e fuori da ogni cornice,
retina, foto
o critica interpretazione.

Che il tuo profilo migliore,
che lo sai, eppure te lo dico,
mai è quieto,
nè guarda all’infinito;
mai sempre sorride
e neppure è malinconico;
mai è riassumibile
in alcuna immagine statica
nè mai riconoscibile
in alcuna formula logica.
Che forse è solo intuibile
fra venti di tramontana,
e alterni cambi d’umore.

Che il tuo profilo migliore
è un’ortografia inventata,
una punteggiatura inusuale
di silenzi incatenati
a cascate di sillabe
ree di sentimenti indecifrati.
Dodecafonia senza mezzi termini
e canti di usignoli
e dormire di serpi.

Che il tuo miglior profilo,
e se non lo sai io te lo dico,
è quello che sempre e solo
sta nell’altro lato,
quello scuro,
precisamente quello
che mi accarezza controluce
ogni notte in cui mi stringi
e mi costringi
ad ogni albeggiare,
a sentirmi
ineludibilmente
tuo,
È quel profilo che intuisco,
che mi basta,
che mi bacia solo a metà
con la sua miglior metà
ma che mi basta,
e non avanza.

E intanto gli altri
vedono soltanto
controluci, chiaroscuri,
e forse un puntóevirgola,
un po’ mal accentato.