31.5.16

READING "IL CAVALIERE AZZURRO" al C23


Pochi giorni fa ho potuto portare a termine una nuova proposta.
Un nuovo progetto sperimentale. E una nuova esperienza. E tempo ben speso.













Leggere di arte per gli altri.
Ascoltare ad arte, come necessità.
Guardare in fondo agli occhi di chi condivide un'altrove.
E parole come macigni, e silenzi come piume.
Musica, mano nella mano. Sempre
Metafore in ogni dove.
Un Carámbano.

E gocce che distillano vita.


"Come voi avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell'arcobaleno per un cieco o il canto dell'usignolo per un sordo."
Momo. Michael  Ende

9.5.16

La Cittá della Furia, e viceversa




“Che paura però. Come affronti tutta questa immensità?  Uscire dalla nostra stanzetta e affrontare l’immensità. Che difficile. Che difficile. Trovare qualcosa o qualcuno, o il mondo”

Chiudo. Stringo. Acceco un istante gli occhi. Cancello dalla mia vista ogni persona, luogo, nome, numero civico e di scarpe. Ritorno solo.

Rimbombano nel mio spazio cieco le due voci aspre, dure; smorfie rabbiose. Attrici? Così dicono. Fanno teatro. Mentono. Simulano. Interpretano. Si?

Rimbombano nelle mie vene stanze vuote. Grida a nessuna parte, con i suoi eco. Come mi cambia la voce a volte…  me ne rendo conto. Anche accento, nazionalità, e continente.

Attrici? Chiudo gli occhi, e non vedo, ma poco conta, le immagino, le sento, mi graffiano le palpebre. E la pelle, d’oca. Ma chi va a teatro e chiude gli occhi? CHI? E dov’è il teatro? DOVE?

“MA VUOI USCIRE, CAZZO, DA QUESTA STANZA !   VUOI USCIRE FUORI?” 

Mi siedo. Mi rialzo. Mi risiedo.
Vorrei forse essere altrove, o aprire la finestra e respirare, almeno, guardare fuori, controluce, e respirare.

Fuori, la Città della Furia. E Dentro? Dentro? E Fuori??
Cos’è dentro? e fuori?

Apro gli occhi, e non sono solo. E tutta quella gente, che mi vien fuori dai pori della pelle.

E ora? Rock ‘n’ Roll. Continuiamo a fare come sempre.
It’s only rock ‘n’roll, di nuovo, fino a stremarsi. Puro teatro!

La cittá della Furia
Testi e regia: Antonella Perlini
Interpretazione: Elena Dal Cerè, Marina Fresolone
Musiche: Filippo Zanotti



6.5.16

Quando canta il gallo è già mattino. Ineludibilmente.



Arcangelo Persano è un signore, ed è un artista. So cos’è un signore, ma non so bene  cosa significhi essere artisti. Le categorie non mi sono mai piaciute troppo.

Persano dice che lo è perché un giorno decise di esserlo, artista. E forse, lui nemmeno sapeva bene cosa significasse.

Ieri sera, un giovedí qualsialsi, l'artista Arcangelo Persano è stato ospitato dal Lab 23, l'atelier con sapore a luce a ponente di Lisa Zocca, per un talk show sull'arte. Una chiacchierata a braccio, senza capo ne coda, una discussione mutilata di ogni estremità funzionale. Senza piedi, mani, polpastrelli, lobuli, calli, ciglia nè piastrine. Anche senza sogni, così lui disse: "sogni? I sogni sono per i falliti, i depressi, i poeti ! Fare, bisogna FARE le cose!".

Appunto! quell'incontro solo immaginato si è fatto, si è fatto da sè, più in là di quanto si potesse immaginare, come le cose semplicemente Belle.

Attorno all'arte. Anche se non so bene cosa significhi, l'arte. Direi che si è fatto, attorno alle persone.
Lo accompagnavano alcune sue opere, vive. Mute, loro. Lui, il maestro, no!
Lo accompagnava qualche sua poesia, qualcuna di altri; la poesia , dannata, è sempre un po' ovunque.

Intervista al contrario. Persano chiedeva senza mezzi termini agli assistenti: "e tu che fai?". Io me ne salvai, a me lo aveva già domandato qualche giorno fa.

Noi, spettatori spettanti, disposti su coloriti sgabelli, confortevoli sedute. Noi, che le gambe non ci penzolano più, ma che ancora ci piace stare a soli venti centimetri dal pavimento, o sedervici, perchè alla fin fine, non è che siamo cresciuti del tutto. Noi rispondavamo alle sue domande, ricevevamo le sue taglienti osservazioni, sorridevamo della sua saggezza intrinseca, ben celata sotto tratti di pastelli a cera dai colori accesi.

Intanto, suonava una musica inventata da una chitarra che attendeva lì, seduta su una poltrona, che qualcuno la imbracciasse. Un abbraccio che profumava a luce di ponente, blu.
Mentre Persano parlava di sè, parlava degli altri, parlava di tutto, qualche collo si faceva cullare da quella musica e quei racconti, come sospinto dalle onde del mare, sognato (Errore, di nuovo! Dannata poesia!). E un sorriso. E un ciuffo biondo che si muove al vento della vita.

Quando il sole si posa a ponente, e certe persone si siedono scalze sotto ad un ciliegio, a parlar d'arte, l'armonia fonde i colori, visi, sorrisi, note e silenzi.
L'armonia non ha nulla che vedere con quella dottrina accademica sulle leggi dell'armonia, sarebbe troppo facile. L'arancione non è complementare del blu. L'armonia solo risponde all'inspirazione del momento perfetto in cui accadono le cose perfette, quelle che non immaginavi, incluso quelle a cui ti opponevi chissà perchè, e che poi, ineludibilmente, succedono. E succede, senza volerlo, che il tramonto fonde assieme blu ed arancione. (E credo allora che nasca qualcosa che posso intuire come Arte. Ma non so, non ci capisco molto).

Persano decise un giorno di essere Artista. Anche se non sapeva forse bene cosa ció significasse. Ma decise. Cantó il gallo, tre o trecento volte.

Non c'è tempo per i mezzi toni. Le cose sono, e basta. Sono come sono. Le decisioni si prendono, o non si prendono. Le cose si vedono, e siamo adulti, e quando le cose si vedono le si devono accettare. E su queste cose costruire il proprio progetto.

-  "Tu cosa fai? Dipingi?"
- "Mah, ho dipinto un po', ma non ho tanto tempo, sa, il lavoro..."
- "Ma come non hai tempo. Per certe cose le trovi il tempo. E se dipingi. devi trovarne il tempo. Hai in mente di fare una esposizione?"
- "Ma figurarsi, io dipingo per me!"
- " Eh no. Le cose non si fanno per sè. Le cose si fanno per stare in mezzo alla gente, anche per piacere alla gente, perchè ci piace fare cose che agli altri piacciano. Non si possono fare le cose senza avere in mente di farne una esposizione".

Evidentemente, Arcangelo Persano é un signore, ed è un Artista, senza metafore, e parla d'Arte.
Ma, mentre lo accompagnavo a casa in macchina e parlavo con lui sottovoce, ho capito che in realtà, anche no. E mi è piaciuto.

Stefano Presi

Vicenza, 05-05-2016
In occasione di Arcangelo Persano.
Talk show in C23 ARTLAB. 



1.5.16

La leggerezza delle altre cose













22 Aprile 2016. Un'esposizione. Una inaugurazione.
O un buon pretesto per sporgersi di più, un po' più in là. 

Una sera qualsialsi di aprile, in una specie di grotta metaforica popolata di sogni e immaginazioni, si è svolto un evento speciale. Speciale per una infinità di motivi, la maggior parte dei quali così grandi, nobili, intensi, che solo pronunciarli ne romperebbe la poesia, ne ridurrebbe la trascendenza.
E lì, a solo pochi passi dalla realtà, le emozioni scivolavano leggere. Il pubblico perdeva spalle, fianchi e gambe, e solo erano occhi che sognavano, catturati da parole e musica; e le mie mani tremavano: quando si comincia a volare, si trema un po'; colpa delle correnti d'aria, del soffio inaspettato del vento sulle piume, o di certo timore del vuoto. Il buon acrobata, sempre teme un po' il vuoto, poi allarga le braccia, guarda dritto avanti, e preme forte con le gambe sulla fune.

A circa sette spanne da terra potevo vedere quella scena.
Vedevo molte teste inclinate, a soli pochi gradi dalla perfetta verticale. Che atteggiamento strano quello delle persone quando per cercare di capire, di entrare nelle immagini che altri descrivono, non trovi? Si socchiudono gli occhi, e si inclina leggermente la testa, di lato. Forse per avvicinare un po' il cervello al cuore, per far sì che la razionalità si faccia contaminare per pochi secondi infiniti dal sentimento, quello che batte, quello che inganna, e ci fa sognare. Credo.
Vedevo dei sorrisi di tenerezza, come una carezza.
Vedevo degli occhi conosciuti sorridere, e intuivo di vedere paesaggi sconosciuti oltre quegli occhi.

Vedevo l'aria tingersi di blu, d'oltremare. Come immagini lontane di cieli solo immaginati.
Socchiudevo allora i miei di occhi, e me la gustavo tutta quella scena lì.

Quando ciò accade non sai bene l'emozione che dai e quella che ricevi.
Tutto si somma, si amplifica, si calpesta.


Poi il momento dell'improvvisazione poetica. La vera sfida.
Senza rete, come acrobata incosciente.
Il vuoto di un foglio in bianco, la testa vuota, la sala piena.
Solo un titolo, leggero e pesante allo stesso tempo: ICARO, e una scultura davanti ai miei occhi.Icaro. Bellissimo, drammatico, e rotto.

Attendo un po', ascolto la musica sottile, socchiudo gli occhi.
Giro il collo, rilasso i muscoli. 
Alzo la mano. 
Lentamente, scrivo ICARO.

Allora mi sovvengono dal fondo dello stomaco parole, una dietro l'altra, immagini di colore e sapore mitologico. Pensieri color cobalto, smeraldo, e altre pietre prezione, preziose come ogni illusione che ti porta a volare.
Il poema nasce da solo, senza volerlo.
Non sa come finire, nessuno sa come finirà. Ma il poema decide da solo, a un certo punto, e finisce, nel modo migliore, come doveva essere e come mai ti eri aspettato che sarebbe stato. Ti riprende per mano e ti accompagna.
Un respiro. Un applauso.

E Icaro, ogni Icaro che quella sera era lì presente, aveva un pezzettino in più di storia addosso.

Ci sono storie, ci sono cose, ci sono vite, che con caparbietà cerchiamo di prevedere, calcolare, intuire, programmare, stabilire.
E di solito, sbagliamo.

Poi, ci sono le altre cose.

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Grazie a Manuela Veronesi per l'organizzazione, con HANDS, spazio eventi d'arte.
Agli artisti Rita Bucco, Remigio Fabris, Michela Parise, Ilaria Sperotto.
Alla 3eeD Blues Band.
Al videomaker Nicola Scalabrin.
  


 
Manuela Veronesi. ICARO. Foto SP