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AL OTRO LADO DE LAS ESQUINAS
11.11.17
8.8.16
Il bosco e basta
Gonnnngg.
Un suono ancestrale. Vibra nelle sue frequenze gravi, e vibrano le foglie, le rocce, i polpastrelli.
Ogni estremità di quel bosco, e di me.
Improvvisamente mi rendo conto che il bosco, quel bosco, zeppo di sorprese, visioni inaspettate, e denso di senso, di sacralità e mistero, sono Io.
Mi inerpico per le pareti scoscese dello sconosciuto, scivolo, frano, mi attardo quando curioso mi guardo attorno. Mi perdo, spesso.
Ho una mappa di me, del bosco, in mano. La giro, la rigiro. Ha disegnata una bussola, bella grande. Un'altra la trovo scolpita sotto forma di tartaruga, e penso che l'esperienza, la memoria, il tempo, i princípi, dovrebbero orientarmi.
Invece niente. Faccio finta di nulla, sono capo spedizione, non posso dar a vedere.
Ma il bosco scorre sotto i miei piedi; mi graffio a volte le mani. Incontro tracce, passi altrui, ombre oscure, squarci di cielo. Trovo sculture di mani imploranti e persone in gabbia, trovo cappi di condanne senza ripensamento possibile. Trovo bellezze aborigene, pesci multicolore.
Mi trovo e mi riperdo e mi ricerco. Metto in scena uno spettacolo si teatro per tre soli spettatori; il mio bosco è così. Chi recita, chi inventa, chi parla come fosse un albero o il suo vento. E chi ascolta. Mi rendo conto che c’è fra quelle ombre, chi ascolta, silenzioso. A volte applaude, a volte solo sorride applausi muti.
Mentre poi esco di lì, a scendere a valle, mi giro indietro a salutare il mio bosco, mi preparo per tornare nel mondo semiserio, o reale come dicono.
Mi giro indietro e mi saluto. E saluto il mio ritratto "il folle". Mi somiglia, dicono, per l'acconciatura.
Vorrei somigliargli un po' del tutto. È un pò brutto lui, va bene, ma sembra follemente felice in quel suo bosco.
Il problema,
lo pensavo proprio ieri, è quando si è folli solo a metà.
E alle volte, l'Essenza e la sua immagine, si confondono ai più, e pure a se stessi.
E alle volte, l'Essenza e la sua immagine, si confondono ai più, e pure a se stessi.
Poi, mi
svegliai, credo.
(reprise)
Gianluca
Morlin è, con il fratello Diego, e il padre scultore Severino, papà e custode
di quel bosco.
Lui è spesso lì ad accogliere i visitatori, dare una cartina che a poco serve assieme a delle istruzioni che lui stesso vanifica quando conclude con: "perdetevi, comunque, è la cosa migliore! Lasciate che il bosco vi guidi e vi sorprendano i suoi abitanti". E Gianluca cerca di spiegare l'inspiegabile che ha dentro, riguardo a quel bosco. Ci prova lui, ma evidentemente non esistono parole. Ma dai suoi occhi si intuisce, tutto.
Gli dissi: c'è del sacro.
Mi guardò e mi disse: "hai ragione, c'è del sacro. E per questo dobbiamo custodirlo; chi è venuto prima di noi qui lo ha custodito con il sangue fra le mani, ha lavorato perché questo e le memorie fisiche e spirituali che esso contiene, giungesse a noi. Stefano caro, ha proprio del sacro questo bosco!"
E gli risposi, o gli volli rispondere: "E le persone, Gianluca, anche le persone".
Lui è spesso lì ad accogliere i visitatori, dare una cartina che a poco serve assieme a delle istruzioni che lui stesso vanifica quando conclude con: "perdetevi, comunque, è la cosa migliore! Lasciate che il bosco vi guidi e vi sorprendano i suoi abitanti". E Gianluca cerca di spiegare l'inspiegabile che ha dentro, riguardo a quel bosco. Ci prova lui, ma evidentemente non esistono parole. Ma dai suoi occhi si intuisce, tutto.
Gli dissi: c'è del sacro.
Mi guardò e mi disse: "hai ragione, c'è del sacro. E per questo dobbiamo custodirlo; chi è venuto prima di noi qui lo ha custodito con il sangue fra le mani, ha lavorato perché questo e le memorie fisiche e spirituali che esso contiene, giungesse a noi. Stefano caro, ha proprio del sacro questo bosco!"
E gli risposi, o gli volli rispondere: "E le persone, Gianluca, anche le persone".
Liberamente
ispirato dalla visita di ieri al Parco del Sojo. Covolo di Lusiana. Vicenza
18.7.16
Tempus Fugit
“Ogni giorno godi
della gioia di ogni giorno di vita”
Alla nonna Ida piacciono le rose. Piacciono in particolare
le rose rosa.
Mi sembra di una grande coerenza.
Mi sembra di una grande coerenza.
...
Nonna Ida ha quasi 96 anni. E' la mamma di L. Vive ora in una specie di
residenza gestita da religiose. Sono solo dieci ospiti, tutte donne. Il pomeriggio siede su
delle sedie di plastica blanca in una terrazza, con vista a un prato di erba verde, ben curato. Verso
est. Si siede al fresco lì con altre signore della sua età. Mi si presenta una di loro. Non ha
nome, non le serve averlo. Tutti, io compreso, rimaniamo colpiti dai suoi
occhi, del colore del ghiaccio. Lei di anni ne ha 98 e ha negli occhi la vita
eterna dei ghiacciai. Quando arriva un ospite si alza in piedi per lasciar
spazio e la sedia libera, ignara del fatto che vi siano altre dieci sedie
vuote, a soli due passi. Lei si alza, e offre il suo posto. E con quello fanno
undici posti liberi, e sì che noi siamo solo due. I numeri non le piacciono.
Nemmeno giocare alle carte; suo marito e suo figlio sì giocavano dice, nelle
taverne, e portavano a casa anche dei premi, proprio dei premi. A loro,
piacevano le carte. A una signora così, credo che ricordarsela con un nome
sarebbe riduttivo.
…
F. ha appena compiuto 6 anni.
Ero sceso dalla macchina: “vedi F., questo è un girasole. Ti
piace? Ora se vuoi te ne prendo uno, anche uno per tua sorella”. Quando glielo porto, lui ne
chiede uno per Nonna Ida. Lui la nonna non la conosce quasi. Ma portarle un
girasole gli sembra un bel regalo. Forse chissà, quando sarà grande e avrà
quasi cento anni, penserà che offrire un pezzetto di sole a chi sta un po’ nel
buio, possa essere un bel regalo, e magari, si alzarà per lasciare il proprio
posto a sedere. Quando giungemmo alla terrazza della residenza, una signora
anziana di noventotto anni lo guardò negli occhi, e gli disse: “che occhi
fantastici hai”. La signora non sapeva giocare alle carte, ma di occhi se ne
doveva intendere un bel po’. Forse per questo, non poteva giocarci, alle carte.
…
Il bagno non ha finestra, è cieco, cioè senza luce.
Come in molte camere d’albergo, anche in quella di nonna Ida
il bagno ha semplicemente una ventola aspiratore. Dettaglio fondamentale.
Nonna si è commossa al ricevere la
nostra visita. Io (suo nipote), mia madre, i miei due figli. Si è commossa
quando F. le ha dato in mano un girasole, anche se un po’ appassito durante il
viaggio. Le si inumidivano gli occhi. Li aveva un po’ rossi. Mamma le chiede
come mai li ha rossi, lei dice: perchè piango, molto. Perchè? Per L.
Andai in bagno a riporre da qualche parte il girasole.riempii un poco il lavabo. Appena una spanna d’acqua, dopo aver chiuso per bene il tappo. Appoggiai il girasole stanco con il gambo giusto nel centro del lavabo, sembrava quasi che nascesse dallo scolo. Spensi la luce.
Andai in bagno a riporre da qualche parte il girasole.riempii un poco il lavabo. Appena una spanna d’acqua, dopo aver chiuso per bene il tappo. Appoggiai il girasole stanco con il gambo giusto nel centro del lavabo, sembrava quasi che nascesse dallo scolo. Spensi la luce.
Quando più tardi ce ne andammo, la persona della reception
disse: “hai visto Ida, che bella visita e che bella sorpresa. E il piccolo ti
ha portato anche un girasole! Che bello, un po’ di luce nella tua stanza!”. Io,
un minuto prima, avevo chiuso la porta della stanza. Poi riaperta, avevo visto
che rimaneva la luce accesa in bagno. Aprii la porta scorrevole, e vidi che le
foglie del girasole avevano già ripreso tono, e il fiore stava bene. Uscii
sorridendo, e spensi la luce, del bagno. Chissà, se nonna stasera riuscirà a
dormire, con quel chiariore nella stanza.
…
Portone in legno. Cancello in ferro. Porta a vetri.
Il mazzo di chiavi della casa ora vuota della nonna Ida, è
di cuoio.
Un bel po’ consumato. Papà L. teneva quel mazzo sempre al suo posto, nel cruscoto dell’auto.
Un bel po’ consumato. Papà L. teneva quel mazzo sempre al suo posto, nel cruscoto dell’auto.
In modo che non mi spiego, io che in quella casa non andavo
da decenni, riuscii ad aprire al primo colpo ognuna di quelle serrature.
Portone in legno, cancello in ferro, porta a vetri.
Ero proprio io, ad aprire quelle porte ai ricordi?
Andammo tutti direttamente alla mansarda. Giunti lì sopra F.
non guarda nulla. Con totale spontenità dá i passi sufficienti per giungere al
bagno, azzurro e luminoso, aprire la tavoletta del water, e fare pipì. Senza
titubare, come sempre avesse alzato quella tavoletta. Lui, in quella casa, non
vi era mai stato prima. Mi sembrò una immagine unica, e scattai una foto.
Poi raccontammo di quando lì si viveva quando avevamo la sua
età e quella di I., passando i Natali e le feste, in quella mansarda che era
come un sogno senza tempo con vista sulla realtà.
In un angolo dello spazio quadrato feci vedere loro
l’orologio a pendolo. Ricordo di non riuscire a dormire per il rumore, ma era il pulsare della notte. “tempus fugit”,
recita una scritta proprio sopra al quadrante di ottone. La lancetta dei minuti
indica il numero 55, quella delle ore le nove in punto. Qualcosa non va. Quel
tempo è un altro tempo. Ad ogni modo afferro la catenella e carico la molla
dell’orologio. Tic Tac Tic Tac. Torna a pulsare la notte.
Il mio orologio da polso indica le 18.22 in punto, ma
evidentemente il tempo vola, e sono realmente ancora le ventuno meno cinque
dell’anno millenovecentoottantatre.
Fuori è buio. E’ la vigilia di natale. Lì in mansarda
scoppietta la fiamma viva delle fascine, illuminando il presepe di statuine e
muschio proprio a fianco.
La televisione è accesa e passa un film di Shirley Temple.
La televisione è accesa e passa un film di Shirley Temple.
“Bambini. Scendete giù che stiamo assieme, anche con gli zii
e i cugini, dai che è quasi Natale”
(saremmo stati dieci, o undici, non so nemmeno se c’erano
sedie per tutti)
Ormai è tardi. Dobbiamo tornare a casa.
F. e I. scendono con cautela la scala a chiocciola. Non
serve dire nulla, hanno utilizzato decine di volte quella scala in legno.
Passo davanti alla porta d’ingresso. F. prende una vecchia
cartolina che è fissata alla cornice dello specchio. Vorrebbe portarla a casa.
Le dico di no, di lasciarla lì perchè quando tornerà la nonna, sarà contenta di
rivederla sempre al suo posto.
La prendo con delicatezza e la incastro nuovamente nell’angolo
in basso a sinistra della corince dorata. Sono delle rose rosse. Una scritta dice “ogni giorno godi della gioia di ogni giorno di vita”.
Alla nonna Ida piacciono le rose. Piacciono in particolare
le rose rosa.
Mi sembra di una grande coerenza.
E penso che forse lei gliela
avrebbe regalata quella cartolina a F.
Nonna Ida, che nel soggiorno ha un vaso con tre girasoli, di
tela, di luce.
Avró spento tutte le luci, prima di chiudere a chiave casa?
11.7.16
Calcolo quasialeatilorio dell'infinito
Calcolo con precisione il ritmo quasialeatorio del tuo ondeggiare.
Mare.
Intuisco il tuo andirivieni, l'eco di altre coste e il profumo di altri venti.
Studio le infinite alternative e inconsistenti variabili che determinano ogni cosa, che dividono le realtà opposte: Il bagnarmi i piedi \ Il non bagnarmi i piedi.
Mare.
Intuisco il tuo andirivieni, l'eco di altre coste e il profumo di altri venti.
Studio le infinite alternative e inconsistenti variabili che determinano ogni cosa, che dividono le realtà opposte: Il bagnarmi i piedi \ Il non bagnarmi i piedi.
O sennò
Semplicemente mi stupisco nel vedere come il cielo si fa mare al tramonto.
E viceversa.
E lascio che le onde si sovrappongano, una sull'altra. E viceversa.
E viceversa.
E lascio che le onde si sovrappongano, una sull'altra. E viceversa.
E sorrido
E nessuno mi vede, a parte te,
mare
E nessuno mi vede, a parte te,
mare
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