Gonnnngg.
Un suono ancestrale. Vibra nelle sue frequenze gravi, e vibrano le foglie, le rocce, i polpastrelli.
Ogni estremità di quel bosco, e di me.
Improvvisamente mi rendo conto che il bosco, quel bosco, zeppo di sorprese, visioni inaspettate, e denso di senso, di sacralità e mistero, sono Io.
Mi inerpico per le pareti scoscese dello sconosciuto, scivolo, frano, mi attardo quando curioso mi guardo attorno. Mi perdo, spesso.
Ho una mappa di me, del bosco, in mano. La giro, la rigiro. Ha disegnata una bussola, bella grande. Un'altra la trovo scolpita sotto forma di tartaruga, e penso che l'esperienza, la memoria, il tempo, i princípi, dovrebbero orientarmi.
Invece niente. Faccio finta di nulla, sono capo spedizione, non posso dar a vedere.
Ma il bosco scorre sotto i miei piedi; mi graffio a volte le mani. Incontro tracce, passi altrui, ombre oscure, squarci di cielo. Trovo sculture di mani imploranti e persone in gabbia, trovo cappi di condanne senza ripensamento possibile. Trovo bellezze aborigene, pesci multicolore.
Mi trovo e mi riperdo e mi ricerco. Metto in scena uno spettacolo si teatro per tre soli spettatori; il mio bosco è così. Chi recita, chi inventa, chi parla come fosse un albero o il suo vento. E chi ascolta. Mi rendo conto che c’è fra quelle ombre, chi ascolta, silenzioso. A volte applaude, a volte solo sorride applausi muti.
Mentre poi esco di lì, a scendere a valle, mi giro indietro a salutare il mio bosco, mi preparo per tornare nel mondo semiserio, o reale come dicono.
Mi giro indietro e mi saluto. E saluto il mio ritratto "il folle". Mi somiglia, dicono, per l'acconciatura.
Vorrei somigliargli un po' del tutto. È un pò brutto lui, va bene, ma sembra follemente felice in quel suo bosco.
Il problema,
lo pensavo proprio ieri, è quando si è folli solo a metà.
E alle volte, l'Essenza e la sua immagine, si confondono ai più, e pure a se stessi.
E alle volte, l'Essenza e la sua immagine, si confondono ai più, e pure a se stessi.
Poi, mi
svegliai, credo.
(reprise)
Gianluca
Morlin è, con il fratello Diego, e il padre scultore Severino, papà e custode
di quel bosco.
Lui è spesso lì ad accogliere i visitatori, dare una cartina che a poco serve assieme a delle istruzioni che lui stesso vanifica quando conclude con: "perdetevi, comunque, è la cosa migliore! Lasciate che il bosco vi guidi e vi sorprendano i suoi abitanti". E Gianluca cerca di spiegare l'inspiegabile che ha dentro, riguardo a quel bosco. Ci prova lui, ma evidentemente non esistono parole. Ma dai suoi occhi si intuisce, tutto.
Gli dissi: c'è del sacro.
Mi guardò e mi disse: "hai ragione, c'è del sacro. E per questo dobbiamo custodirlo; chi è venuto prima di noi qui lo ha custodito con il sangue fra le mani, ha lavorato perché questo e le memorie fisiche e spirituali che esso contiene, giungesse a noi. Stefano caro, ha proprio del sacro questo bosco!"
E gli risposi, o gli volli rispondere: "E le persone, Gianluca, anche le persone".
Lui è spesso lì ad accogliere i visitatori, dare una cartina che a poco serve assieme a delle istruzioni che lui stesso vanifica quando conclude con: "perdetevi, comunque, è la cosa migliore! Lasciate che il bosco vi guidi e vi sorprendano i suoi abitanti". E Gianluca cerca di spiegare l'inspiegabile che ha dentro, riguardo a quel bosco. Ci prova lui, ma evidentemente non esistono parole. Ma dai suoi occhi si intuisce, tutto.
Gli dissi: c'è del sacro.
Mi guardò e mi disse: "hai ragione, c'è del sacro. E per questo dobbiamo custodirlo; chi è venuto prima di noi qui lo ha custodito con il sangue fra le mani, ha lavorato perché questo e le memorie fisiche e spirituali che esso contiene, giungesse a noi. Stefano caro, ha proprio del sacro questo bosco!"
E gli risposi, o gli volli rispondere: "E le persone, Gianluca, anche le persone".
Liberamente
ispirato dalla visita di ieri al Parco del Sojo. Covolo di Lusiana. Vicenza

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