1.5.16

La leggerezza delle altre cose













22 Aprile 2016. Un'esposizione. Una inaugurazione.
O un buon pretesto per sporgersi di più, un po' più in là. 

Una sera qualsialsi di aprile, in una specie di grotta metaforica popolata di sogni e immaginazioni, si è svolto un evento speciale. Speciale per una infinità di motivi, la maggior parte dei quali così grandi, nobili, intensi, che solo pronunciarli ne romperebbe la poesia, ne ridurrebbe la trascendenza.
E lì, a solo pochi passi dalla realtà, le emozioni scivolavano leggere. Il pubblico perdeva spalle, fianchi e gambe, e solo erano occhi che sognavano, catturati da parole e musica; e le mie mani tremavano: quando si comincia a volare, si trema un po'; colpa delle correnti d'aria, del soffio inaspettato del vento sulle piume, o di certo timore del vuoto. Il buon acrobata, sempre teme un po' il vuoto, poi allarga le braccia, guarda dritto avanti, e preme forte con le gambe sulla fune.

A circa sette spanne da terra potevo vedere quella scena.
Vedevo molte teste inclinate, a soli pochi gradi dalla perfetta verticale. Che atteggiamento strano quello delle persone quando per cercare di capire, di entrare nelle immagini che altri descrivono, non trovi? Si socchiudono gli occhi, e si inclina leggermente la testa, di lato. Forse per avvicinare un po' il cervello al cuore, per far sì che la razionalità si faccia contaminare per pochi secondi infiniti dal sentimento, quello che batte, quello che inganna, e ci fa sognare. Credo.
Vedevo dei sorrisi di tenerezza, come una carezza.
Vedevo degli occhi conosciuti sorridere, e intuivo di vedere paesaggi sconosciuti oltre quegli occhi.

Vedevo l'aria tingersi di blu, d'oltremare. Come immagini lontane di cieli solo immaginati.
Socchiudevo allora i miei di occhi, e me la gustavo tutta quella scena lì.

Quando ciò accade non sai bene l'emozione che dai e quella che ricevi.
Tutto si somma, si amplifica, si calpesta.


Poi il momento dell'improvvisazione poetica. La vera sfida.
Senza rete, come acrobata incosciente.
Il vuoto di un foglio in bianco, la testa vuota, la sala piena.
Solo un titolo, leggero e pesante allo stesso tempo: ICARO, e una scultura davanti ai miei occhi.Icaro. Bellissimo, drammatico, e rotto.

Attendo un po', ascolto la musica sottile, socchiudo gli occhi.
Giro il collo, rilasso i muscoli. 
Alzo la mano. 
Lentamente, scrivo ICARO.

Allora mi sovvengono dal fondo dello stomaco parole, una dietro l'altra, immagini di colore e sapore mitologico. Pensieri color cobalto, smeraldo, e altre pietre prezione, preziose come ogni illusione che ti porta a volare.
Il poema nasce da solo, senza volerlo.
Non sa come finire, nessuno sa come finirà. Ma il poema decide da solo, a un certo punto, e finisce, nel modo migliore, come doveva essere e come mai ti eri aspettato che sarebbe stato. Ti riprende per mano e ti accompagna.
Un respiro. Un applauso.

E Icaro, ogni Icaro che quella sera era lì presente, aveva un pezzettino in più di storia addosso.

Ci sono storie, ci sono cose, ci sono vite, che con caparbietà cerchiamo di prevedere, calcolare, intuire, programmare, stabilire.
E di solito, sbagliamo.

Poi, ci sono le altre cose.

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Grazie a Manuela Veronesi per l'organizzazione, con HANDS, spazio eventi d'arte.
Agli artisti Rita Bucco, Remigio Fabris, Michela Parise, Ilaria Sperotto.
Alla 3eeD Blues Band.
Al videomaker Nicola Scalabrin.
  


 
Manuela Veronesi. ICARO. Foto SP




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